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Il ''Calendario''

2011
Casa, camera e cucina





   Immagini di un tempo lontano, eppure così vivide nella memoria di chi racconta.

   Casa, camera e cucina: queste le stanze dell'abitazione della famiglia media di San Marzano, gente semplice e laboriosa che viveva dignitosamente il quotidiano delle mure domestiche.

   Siamo entrati nelle case di allora, dunque, con affetto e rispetto, cercando di descrivere gli ambienti tra le pieghe di una intimità che si svelava passo dopo passo...

   E, anche se solo per un attimo e per incanto, abbiamo riacceso le luci di casa.


Gennaio


Lu limitar

Con il termine limitar si indicava la lastra di pietra viva posta a base della porta di ingresso dell’abitazione. Era il confine tra l’intimità della casa e la strada pubblica, vi si sostava per chiacchierare con i vicini o con qualche passante, per sedersi la sera, dopo una lunga giornata di lavoro; oppure era utilizzato dai bambini, per giocare a ptrudd... Quando di qualcuno si diceva <è cunsumatu lu limitar>, si intendeva sottolineare o le frequenti visite ricevute o al contrario, ironicamente, la loro rarità. La porta d’ingresso era solitamente priva di vetri: nella parte superiore di un’anta, all’altezza del braccio, vi era lu purtieddu, uno sportellino, che si chiudeva a chiave dopo avervi inserito il braccio e chiuso dall’interno la porta con lu varrone, che era una staffa di ferro. Per dare luce e aria alla casa, cioè alla prima stanza, al centro del prospetto o al di sopra della porta, era collocato un altro purtieddu che si apriva e chiudeva con una corda ad esso legata. In alcune porte poteva esserci in basso un buco munito di sportellino: lu iattaluru attraverso cui i gatti uscivano ed entravano liberamente. Sul muro esterno, vi era spesso un anello in pietra viva a cui veniva legato il cavallo.

Febbraio


La casa

La casa d nnanz, davanti, con la volta a stella, era l’ambiente più importante della dimora e mostrava la condizione di vita della famiglia, arredata al meglio delle possibilità economiche. Al centro, un bel tavolo attorniato dalle sedie buone impagliate e all’occorrenza disposte lungo le pareti, per accogliere i tanti parenti ed amici sempre presenti nei momenti felici e nei momenti di dolore. Nei larghi pilastri erano ricavate capienti nicchie, sostituite poi con il tempo dalle credenze, nicchie chiuse da una tenda o da uno sportello di legno, per custodire i pezzi migliori del corredo familiare, come il servizio buono di piatti, di bicchieri e di tazze, quasi mai usati nella vita quotidiana, ma solo quannu vniunu li cristian, quando venivano gli ospiti, o tutt’al più nelle importanti ricorrenze familiari. L’anello di pietra al soffitto, utilizzato per appendere e preservare alimenti, le foto dei nonni e dei santi, gli oggetti esposti, sono in grado di raccontare tante storie perchè esprimono l’atmosfera della vita quotidiana in seno ad una famiglia le cui vicende si intrecciano con quelle della storia pubblica.

Marzo


La cucina

Le prime luci dell’alba. L’uomo solitamente si alzava per primo, per accendere il fuoco e “governare” l’animale. Subito dopo, la donna riscaldava le rimanenze della sera precedente con cui tutta la famiglia faceva colazione. Cominciava così la giornata, in cucina: luogo di condivisione del vissuto quotidiano, oggi come allora. Un tavolo attorno al quale erano sistemate le sedie impagliate; la piattera, una piccola credenza; lu cascione, la cassapanca; li mnzan e l’ummbil, i contenitori d’acqua; la ciarla e lu vacil, brocca e catino. Era questo l’arredamento tipico. Il pavimento era costituito da un lastrico di calce e tufo o di cemento oppure da chianche, lastre di pietra. La sera, tutti intorno al fuoco, grandi e piccoli, ci si intratteneva con racconti, storie di guerra, raccontate dai nonni, oppure con la recita del rosario, mentre la pignata di legumi cucinava vicino al fuoco il pranzo del giorno dopo. Spento il lume, si andava a letto presto.

Aprile


La camera da letto

Dopo una lunga giornata di lavoro, finalmente, il meritato riposo. La camera da letto era sobria ed essenziale, pochi mobili ma di buona fattura. Il falegname, nel realizzarli, si era prodigato in tutta la sua maestria di artigiano, senza risparmiarsi. Allo stesso modo, il fabbro aveva dato prova della sua arte nella realizzazione delle spalliere del letto in ferro battuto. Su due trstieedd, cavalletti in ferro, venivano poggiate le assi di legno e sopra di esse, la saccona, che era un sacco spesso, di tela grezza, pieno di paglia di granturco. La saccona presentava nella sua parte superiore dei fori, abbastanza grandi per consentire alle mani di ravvivare la paglia schiacciata dal peso del corpo durante la notte. Sulla saccona era poggiato il materasso, fatto di crine o di lana raccolta dopo la tosatura delle pecore. Le lenzuola fatte al telaio avevano il profumo del mirtillo usato durante il bucato. Poiché le famiglie erano sempre numerose, anche i figli più piccoli dormivano nella stessa stanza, se non nello stesso letto. La camera da letto non serviva solo per dormire, lì si nasceva e lì si moriva. Gli altri mobili erano costituiti dall’armadio e dal comò, dove veniva riposta la biancheria ricamata portata in dote dalla moglie. Sul comò non potevano mancare il lume a petrolio, la campana di vetro con all’interno una preziosa statuetta sacra e un lumino acceso di fronte ad un’immagine di familiari defunti: i Lari e i Penati della famiglia.

Maggio


Lu puzzu cisterna

L’acquedotto era di là da venire. Nel nostro territorio, privo di corsi d’acqua e di sorgenti, l’approvvigionamento idrico veniva dall’acqua piovana. Ciò era possibile in quanto non c’era inquinamento e l’aria era tersa, priva di veleni e odori nauseabondi. L’acqua veniva fatta confluire nei pozzi che alcune famiglie tenevano in casa o nell’orto, ma soprattutto in quelli pubblici. Si era sviluppata una discreta tecnica idraulica per la raccolta dell’acqua, a partire dalla buona manutenzione e pulizia delle terrazze, fino alla sua canalizzazione verso il pozzo e al filtraggio attraverso dei pozzetti di decantazione. Al fine di renderla potabile, si usava mettere nell’acqua delle pietre di calce viva. Chi aveva la fortuna di avere il pozzo in casa lo usava anche per refrigerare alcuni alimenti. L’acqua veniva usata con parsimonia perché doveva bastare per tutti gli usi domestici, per abbeverare gli animali e per innaffiare il piccolo orto. Di fondamentale importanza erano i pozzi pubblici, come quello sorgivo in contrada Palommaro e quello in contrada Tagliate. I pozzi, a volte, davano il nome al luogo in cui si trovavano: via Trozzola è così denominata per la presenza in passato di un pozzo pubblico provvisto di trozzola, la carrucola, su cui scorreva la corda con i secchi. Altro luogo è nella parte finale di via Taranto, che veniva indicato con l’espressione dialettale “basciu allu puzzu”.

Giugno


La stadda

Un luogo quasi magico, dove i protagonisti di quel tempo agreste, sia uomini che animali respiravano all’unisono; il luogo per eccellenza destinato all’asino, al mulo o al cavallo. Si accedeva alla stalla passando dalla porta d nnanz (davanti), ed attraversando tutta la casa, così si accompagnava il quadrupede nella sua dimora, dove si provvedeva al suo governo. La stalla era comunicante con la cucina perché l’animale aveva bisogno di attenzioni continue, in quanto era la prima vera fonte di sostegno e reddito. La mangiatoia era suddivisa in due parti, una destinata al foraggio secco e l’altra alla canigghiata, impasto di paglia, acqua e crusca. Infissi nel muro c’erano li cntrun, grossi chiodi di fattura artigianale, su cui facevano bella mostra i finimenti, sia da passeggio che da lavoro, la cugghina, la strigghia e lu bruscone (la frusta, striglia e spazzolone). Ogni singolo movimento, ogni piccolo scalpitio, destava l’attenzione del padrone, che subito accorreva ad accertarsi delle condizioni dell’animale. Secondo la leggenda popolare, gran frequentatore di stalle era il lauro, una sorta di folletto, a volte dispettoso, che s’intrufolava sotto il ventre dell’animale e, di notte, pettinava e intrecciava code e criniere, rendeva il loro pelo lucido, suscitando stupore e sorpresa negli abitanti della casa.

Luglio


La pagghiera

La pagghiera era un ambiente destinato a deposito di paglia e foraggio secco (veccia, fieno ecc.), che servivano per alimentare il cavallo, l’asino, utilizzati nel lavoro dei campi, ed anche la capra, che alcuni possedevano per garantire il latte fresco ai numerosi bambini. Non tutte le case ne erano provviste, per cui ci si rivolgeva ai parenti o amici. Era solitamente costruita sopra la cucina o sopra lu passiggiu, e quindi vi si accedeva con scale esterne (dall’orto) o interne. Se invece era posta sopra la stessa stalla, vi si accedeva direttamente tramite una scala a pioli. La paglia, raccolta in una sacca di rete di corda, veniva issata sul terrazzo tramite due nsart, funi, delle quali un capo era fissato al terrazzo e l’altro tirato a mano in modo che la sacca rotolasse sino a sopra. Il riempimento della pagghiera avveniva tramite un foro centrale posto sulla sua lamia, che poi veniva richiuso sino alla stagione successiva. Nella pagghiera si evitava accuratamente che entrassero animali domestici o volatili, per ragioni igieniche ed anche per evitare che piume si mischiassero con la paglia stessa. Appena si notava che la paglia del cavallo era terminata, si saliva sulla pagghiera con un sacco di juta che si riempiva e si trasportava a spalle nella stalla.

Agosto


La rimesa

Era il locale dove si custodivano gli attrezzi agricoli e tutto quello che serviva per la campagna. Si conservavano le sementi, i prodotti della terra quali le pennule d pummdor, trecce d’agghiu e cipodda. In inverno si soleva ammassare le auli a muntrron (olive a massa) in attesa del compratore, in autunno li fich secc da vendere. In un angolo c’era costruito il granaio, per il deposito dei cereali. Non tutte le case avevano “la rimesa”, solo quelle delle famiglie più agiate, che vi custodivano anche il calesse (sciaraballo – dal francese “Char à banc”): si usava per andare in campagna a controllare i poderi, ma anche per le uscite della famiglia. Se c’era posto, nella rimesa si teneva pure il traino, il quale molto spesso era posteggiato in strada e le coppiette, con il favore del buio, vi si nascondevano per amoreggiare. Questo locale, per le sue caratteristiche, aveva l’accesso dalla strada ed aveva un passaggio interno che lo collegava alla casa.

Settembre


Lu uertu

Sul retro della cucina, c’era lu uertu, ortale, un’area di terra battuta, in parte ricoperta di chianche, in cui si muovevano liberamente galline, conigli e colombi. Chi aveva la capra la legava al muro per poi portarla con sé in campagna. Scavato nella terra, lu fuessu, fossa ecologica, perimetrato da tufi, importantissimo data la mancanza di servizi igienici e fognatura. In questa fossa venivano depositati, oltre al letame degli animali, i residui organici. Periodicamente lu fuessu veniva svuotato e il contenuto, ottimo humus, veniva trasportato in campagna per concimare la terra in modo ecologico. Nell’orto non mancava mai la pila, una vasca rettangolare che lu zuccator, il cavamonti, ricavava da un pezzo unico di tufo. In essa, riempita d’acqua con le mnzan, giare, veniva posta la biancheria a mollo per poi essere lavata.

Ottobre


La cantina

La cantina era il luogo in cui si custodivano, secondo ricette e metodi tramandati dagli avi, i frutti della terra. Solitamente questo ambiente era presente solo nelle case delle famiglie più agiate. Al suo interno, facevano bella mostra di sé altezzosi capasoni, zirri e capase di varie dimensioni, tutti recipienti per vino, olio e provviste varie, peperoni a salsa, melanzane sott’olio e cipolla sott’aceto. Ognuno di essi, come scrigno magico custodiva le derrate necessarie al sostentamento della famiglia. Questo ambiente era utilizzato tutto l’anno, ma il periodo in cui diveniva una vera e propria vivace fucina di lavoro era quando dai palmenti privati, “l’oro rosso “ dell’uva, il mosto, veniva trasportato nella cantina e versato nei capasoni. Una lieve pendenza o delle canaline confluivano in una pozzetta ricavata nel pavimento per il recupero di vino o olio qualora, malauguratamente, uno dei contenitori si fosse rotto. Oltre al vino nella cantina trovava posto lu cannizzu, intreccio di canne e giunco, per arieggiare i grappoli d’uva tardiva, le melacotogne, le melagrane e i pomodori invernali rossi e gialli. Al suo interno si espandeva un’alchimia di profumi, che, come per magia, possiamo ancora provare a sentire.

Novembre


La lamia

La lamia è il termine con cui viene comunemente indicato in gergo locale il terrazzo, anche se lo stesso nome indica anche la costruzione rustica realizzata in campagna. Essa si presentava ingobbita al centro a causa della sottostante volta e ciò favoriva il deflusso dell’acqua piovana. Era un vero e proprio ambiente di lavoro. Su di essa, venivano stesi a completare il processo d’essiccazione i legumi (ceci, fave, lupini ecc…), che successivamente venivano setacciati a vento prima d’essere riposti nelle capase, recipienti di terra cotta. La lamia era utilizzata anche come deposito a cielo aperto su cui, coricati, facevano bella mostra di sé i panciuti capasoni, grossi contenitori di terracotta, che -a sole e sereno- venivano sottoposti al processo di sterilizzazione. Su di essa, con ordine sapiente, erano ammassate le fascine di saramient, legna ricavata dalla potatura della vite, che, oltre ad essere utilizzate per l’accensione del fuoco, con la loro esposizione indicavano il possesso di vigneti e quindi erano un indice della condizione economica della famiglia. Da questo elemento poteva persino scaturire l’idea di essere considerati come un buon partito, con maggiori garanzie di successo nel corteggiamento delle ragazze da marito.

Dicembre


Lu fucalir

Lu fucaliri, il camino, costituiva il cuore dell’ambiente durante la sera o nelle giornate piovose. Era sempre alimentato da un fuoco vivo d stroma o d saramient, legna ricavata dalla potatura degli ulivi o della vite. Era una stanza nella stanza, spesso ricavata intra lu passiggiu, nel corridoio. Ci si raccoglieva per farsi avvolgere dal suo calore e per scrutare il suo bagliore mentre la pignata, sempre tenuta d’occhio, faceva pregustare il buon odore del pasto che si stava apprestando: fave, fagioli, o ceci o brodo d iaddina, di gallina ruspante. Facendo corona tutt’intorno al fuoco o sedendosi tra li cunicchi, negli spazi interni, le donne erano intente a rammendare o a ricamare alla tenue luce della fiamma, mentre i nonni, depositari del sapere, erano impegnati a raccontare storie e vecchie leggende per tramandare i miti della nostra terra ed i più piccoli, riuniti allegramente, ascoltavano. In attesa del lieto fine.



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