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Il ''Calendario''

2010
Donna: tra arte e fatica





   Il calendario della Biblioteca Parrocchiale ci accompagnerà, lungo il 2010, con immagini e brevi pensieri dedicati "al lavoro" delle donne sino agli anni 50/60, in una cultura eminentemente agricola come era quella del nostro paese.

   Se consideriamo che l'istruzione scolastica era limitata, in genere, ai primi anni di scuola elementare, gli ambiti in cui la donna poteva esprimere attitudini e capacità proprie erano il lavoro in campagna oppure l'impegno in arti tipicamente femminili e creative quali il cucito, il ricamo, la tessitura, ecc.

   Necessità di contribuire all'economia domestica e volontà di "dare" qualcosa di bello, spirito di sacrificio e paziente determinazione, bisogno e desiderio di libertà… In questo il "genio femminile" si sostanzia e lascia traccia nella nostra memoria, ma crea anche, come un fascio di luce ed energia, il senso proprio della vita verso il domani.


Gennaio


Sapone fatto in casa

Al tempo in cui le drogherie non erano molto diffuse ed i soldi scarseggiavano, comprare il sapone era un privilegio di pochi; occorreva comunque pulire la biancheria e quindi in ogni casa si procedeva a fare in proprio. Si utilizzava l'olio di scarto di oliva e si acquistava in farmacia la soda caustica. Bastava versare la soda nell'acqua o nella liscivia (acqua versata nella cenere e filtrata) contenuta in un catino, mescolare con un bastone di legno, fare attenzione agli schizzi e a non respirare i gas sprigionati. Poco dopo si aggiungeva olio alla stessa temperatura dell'acqua e della soda e, per un migliore risultato, si continuava a mescolare. Dopo cinque minuti l'impasto cremoso si versava sulla spianatoia e, dopo averlo tagliato a pezzi, lo si lasciava riposare per circa due mesi. Sapone puro, ecologico, senza additivi, conservanti e coloranti, senza rischi di allergia, economico, semplice da fare, imbattibile sulle macchie e delicato per la pelle. Viene quasi voglia di riprovare!

Febbraio


La filatrice

Le nostre nonne ci possono raccontare che cosa siano alcuni oggetti custoditi o appesi alla parete del vecchio deposito, "rimesa". Sono arco, fuso e conocchia ("arc", "fusu" e "canocchia"), attrezzatura per filare già menzionata da Catullo a proposito delle Parche che tessono i destini umani. Le stoffe non si compravano tutte pronte, ma si producevano in proprio. Si partiva con la coltivazione delle piante di cotone, "vammace", la raccolta dei batuffoli e la privazione dei semini. Con la canocchia in una mano e un po' di "vammace" nell'altra, si cominciava a torcerla con le dita e ad arrotolarla dopo aver fatto un nodo alla parte alta del fuso per fissarla. Si dava così il via alla danza "ti lu fusu", da ripetere tutte le volte che il fuso si fermava; il che poteva succedere abbastanza spesso se non si lanciava bene la fusaiola. Quanta saliva era necessaria per umidificare le dita che dovevano attorcigliare il filo in modo compatto e uniforme! E se c'era ancora qualche impurità sul batuffolo tenuto in mano, si utilizzavano le labbra come una terza mano ed il filo risultava più bello ed omogeneo. Il fuso si riempiva di filato ed ecco un rocchetto per accogliere il bioccolo, pronto per essere tessuto. E poi? Un nuovo nodo e via con una nuova danza.

Marzo


Il bucato

Ecco un altro lavoro svolto dalle braccia delle donne. Si iniziava la mattina all'alba: biancheria in ammollo nella pila di pietra, dentro il cortile, acqua attinta dal pozzo o dalla fontana pubblica. Si lavava, "rmuddava", sullo "stricaturo" con il sapone fatto in casa. Prendevano parte le donne della famiglia e anche le vicine di casa: era molto sviluppato il senso dell'amicizia e del reciproco aiuto. La padrona di casa, intanto, appendeva il paiolo, "la quatara", sotto al camino, la riempiva d'acqua ed accendeva il fuoco. Accanto metteva un grande vaso di terracotta, "lu cofunu", sopra uno scannetto. La biancheria veniva quindi sistemata nel "cofunu" e sopra si metteva un telo grezzo e fitto di canapa, "lu cernaturu", con dentro la cenere cernita per separare residui di carbonella. Si versava, quindi, con una brocca, l'acqua calda del paiolo. L'acqua filtrata dal telo grezzo, che conteneva la cenere, si trasformava in liscivia (in albanese: finjë), passava attraverso la biancheria e scendeva,attraverso un foro situato in basso, in un capiente recipiente di creta, "limmu", posto sotto il "cofunu". La prima liscivia veniva buttata, poiché era molto sporca. Si ripeteva il procedimento e la liscivia raccolta veniva di nuovo riscaldata per essere riversata sul "cernaturu" dove, intanto, si erano aggiunte delle foglie di alloro o di mirto. Dopo sette, otto volte, il foro veniva chiuso e l'ultima liscivia era lasciata a raffreddare per tutta la notte. Il mattino dopo si toglieva la biancheria, la si sciacquava nella pila piena d'acqua e stesa al sole perché l' asciugasse il vento. La liscivia veniva conservata ed utilizzata per lavare gli indumenti colorati. Con la liscivia le nostre nonne si lavavano persino i capelli.

Aprile


La sarta

Già intorno alla 2ª o 3ª elementare, le bambine venivano mandate dalla sarta per imparare a cucire. Disposte in cerchio intorno ad una sedia, sui cui pioli poggiavano i piedi, le "discipule" imparavano presto a fare il "sopramano" lungo le cuciture interne oppure a "ribattere" gli orli delle gonne. Le più brave erano promosse a fare gli "occhielli" per i bottoni! Quando arrivava la cliente, la sarta prendeva con cura le misure con il metro: petto, vita, spalla, fianchi, lunghezza... Ma il momento "magico" era costituito dal taglio: la "mestra", sotto lo sguardo attento e curioso delle bambine, procedeva a tagliare la stoffa "a mano libera", senza cioè alcun cartamodello. Un gesto di maestria e precisione! Ma non tutte le bambine arrivavano alla fine del "corso", molte si arrendevano prima e preferivano andare in campagna. In realtà, questa scelta era decisiva poiché segnava, inconsapevolmente, il loro destino: non avrebbero più appreso un'arte e non sarebbero diventate "artier".

Maggio


La tessitrice

Quasi in ogni famiglia era presente il telaio, occorreva, infatti, produrre in proprio i tessuti necessari per il quotidiano. Quanta fatica! Tessere non è solo inserire il filato per l'ordito e per la trama, la parte preparatoria necessita di molta cura. Quando tutto era pronto incominciava il vai e vieni delle "navette" e le battute col "pettine". Grande era il desiderio dei più piccoli di riuscire a contare i lanci delle navette o le compressioni delle trame l'una sull'altra; era questo il gioco di intrattenimento delle bambine, assiepate attorno al telaio, nei freddi pomeriggi. E poi l'allicciatura: intrigante capire come facessero i licci a sollevare e ad abbassare i fili dell'ordito avvolti sui subbi e forte il desiderio di mettersi al posto della donna per azionare i pedali; troppo corte ancora, ahimè, le gambe... Non restava che cercare di avvolgere il "tirapezza", ma purtroppo questa parte del telaio era quella che veniva azionata di meno: il tessuto da avvolgere non era poi così tanto dopo un intero pomeriggio di tessitura!

Giugno


La ricamatrice

All'età di circa dieci anni, alcune bambine venivano mandate, per volontà prevalentemente materna, "al ricamo". Pochissime sarebbero diventate ricamatrici di professione, quasi tutte avrebbero imparato "i punti" necessari a ricamare il proprio "corredo". Durante il periodo di apprendistato, le ragazze che andavano al ricamo spesso insegnavano alle coetanee che, invece, erano andate in campagna i punti base per un corredo semplice ma dignitoso: punto a croce, punto ombra, punto pieno, punto a giorno... Ore ed ore trascorse, sedute, a ricamare un lenzuolo, lo sguardo chino sul tessuto "tirato" sul cerchietto, a riempire con ago e filo i vuoti e i tratti disegnati... Quelle giovani mani che si muovevano lentamente in realtà fissavano il tempo nelle attese di una vita futura!

Luglio


Le tabaccaie

Tante donne del nostro paese sono state coinvolte negli incalzanti ritmi stagionali della coltivazione del tabacco: dal prelevamento delle piantine dai semenzai, al trapianto, all'annaffiatura, alla raccolta. Le donne vi provvedevano quando le foglie avevano raggiunto la giusta maturazione, solo allora potevano essere staccate delicatamente e in modo graduale, dalle basi alle apicali. A queste operazioni si doveva porre particolare attenzione in quanto il regolamento del monopolio vietava in assoluto la raccolta delle foglie bagnate di rugiada, per cui, se interveniva la pioggia, bisognava interrompere la raccolta per due giorni. Alla raccolta seguiva la fase della lavorazione. Si iniziava con l'infilzamento, una tecnica che richiedeva massima cura e pazienza. Le foglie, dopo essere state poste tutte nel medesimo verso per favorirne l'ingiallimento e l'essiccamento, venivano infilzate una per volta con un apposito ago di acciaio, "l'acucedda", di circa 30 centimetri, alla cui estremità era posto uno spago. Le donne, ma anche molti bambini e ragazzi, con la mano sinistra portavano la cruna al petto e con la destra infilzavano le foglie ad un centimetro dalla base, perforandone la nervatura principale. Si realizzavano così le "curone", composte da alcune centinaia di foglie, che venivano appese in appositi telai, i cavalletti, pronte per le fasi successive di lavorazione: l'ingiallimento e l'essiccamento. Per evitare che le foglie si danneggiassero, le corone, una volta secche, si toglievano dai telai e venivano legate insieme tra di loro in una sorta di festoni, "li pum". Venivano così lasciati appesi fino a pochi giorni prima della consegna ai magazzini di manipolazione delle ditte concessionarie o al Monopolio di Stato, il che avveniva tra la fine di ottobre e l'inizio di novembre.

Agosto


Le fave

Una quantità abbondante di fave non poteva mancare nelle nostre cucine e tutta la famiglia collaborava a provvedervi in previsione dell'inverno. Dopo la raccolta nel mese di maggio, le fave venivano lasciate essiccare al sole. Successivamente, al fine di spaccare i baccelli, si "pisavanu", cioè si facevano schiacciare da pietre trainate da asini, oppure si battevano con bastoni di legno. Si provvedeva, quindi, a "ventulisciare" le fave per separare dal frutto i resti dei baccelli. Durante l'estate, fuori dall'uscio di casa, le donne, aiutate spesso da bambini, si dedicavano a "muzzicare" le fave, cioè a battere con i "papiddi" (ciottoli levigati dall'acqua di mare o di fiume) la fava tenuta ferma con l'altra mano sulla cosiddetta " chianca di Curiglianu" poggiata sulle gambe o su una sedia. Ancora oggi, nei pomeriggi caldi di giugno o luglio, sembra quasi di sentir riecheggiare i colpi dei "papiddi" sulle chianche e magari, chissà, anche il lamento di qualche bambino, con il dito dolorante, per aver… sbagliato il colpo!

Settembre


La lavorazione dei fichi

La coltivazione e la lavorazione dei fichi era un'attività importante per l'economia della nostra zona. I ficheti erano molto diffusi: nel periodo tra fine estate ed inizio autunno, molte donne partecipavano alla lavorazione. Si iniziava dopo la metà di agosto con la raccolta che avveniva al mattino, nelle ore più fresche: gli uomini salivano sugli alberi e le donne raccoglievano da sotto aiutandosi con un bastone ricurvo, "lu cruecculu", buono a piegare i rami flessuosi. I fichi, tagliati in due nel senso verticale, venivano adagiati su graticci fatti di canne, "cannizzi", ed esposti in pieno sole per l'essiccazione. Questa era un'altra mansione prevalentemente femminile; erano le donne che la sera si preoccupavano di impilare i "cannizzi" e coprirli con un telo, "incannizzare", perché i fichi non assorbissero l'umidità della notte. La mattina, li riesponevano al sole. Parte del raccolto veniva arrostita, "rustuta", e conservata nelle capienti "capase" con alcune spezie e foglie di alloro per le esigenze della famiglia; il resto veniva venduto. I compratori o i gestori dei magazzini impiegavano manodopera femminile per la preparazione del prodotto finale. I fichi, già tagliati ed essiccati, venivano "cucchiati", accoppiati, frapponendovi una mandorla sgusciata e semi di finocchietto. In questa fase le donne venivano esortate a cantare: perchè non le mangiassero, le mandorle! I fichi cotti, avvolti in carta cellophane con foglie di alloro, erano sistemati in cestini fatti di fasce di legno sottile, pronti per un mercato di nicchia.

Ottobre


La vendemmia

Anche se spesso la temperatura è ancora calda, Ottobre arriva, portando con sé l'autunno e profumando l'aria del tipico odore, frizzante e dolciastro, dell'uva matura. La vendemmia. Ogni anno, in questi giorni i vigneti, già dalle prime ore dell'alba, si animano. Tra i filari sotto i tendoni e fra i ceppi è un brulicare di persone, uomini e donne (in albanese, rispettivamente: burra e gra') che si dedicano alla raccolta dell'uva, un momento atteso un anno, un vero e proprio rito fatto di regole e di tradizioni antichissime che, pur mutuando metodi e tecniche di esecuzione, si perpetuano ancora. La vendemmia era, un tempo, l'attività più ricca di presenze femminili. Le donne, allineate nel campo, tagliavano l'uva, riempiendo "li panari", i panieri, con il manico. Questi, una volta pieni, venivano svuotati nei "canistr", cesti di varia grandezza, portati a spalla da operai fino al traino su cui erano poggiati "li tin", i tini, che, quando colmi, venivano trasportati al palmento. Per non pensare alla stanchezza e allietare la lunga giornata, che a volte non prevedeva neanche una piccola sosta per la merenda, le donne intonavano canti e stornellate, adoperando spesso la tecnica del "rinfaccio".

Novembre


La raccolta delle olive

La stagione della raccolta delle olive iniziava a novembre e si protraeva fino a marzo. Le donne, a gruppi e accovacciate per terra, raccoglievano ad una ad una le olive, riempiendo il paniere, mentre gli uomini erano impegnati a battere i rami per farle cadere. "L'antéra", cioè la bracciante più esperta e responsabile del gruppo, aveva spesso funzione di mediatrice fra il padrone e le braccianti, ma era sempre pronta a sollecitare le operaie più lente con la frase: "Pinsiéri a lu panáru", affrettatevi a riempire il paniere... Nei giorni molto freddi, per scaldare le mani, le donne mettevano in tasca delle pietre poste per un po' su un fuocherello. Le più povere riuscivano a fare la provvista dell'olio, andando "allu rispícu", raccattando cioè le olive sfuggite alla raccolta normale e abbandonate dal padrone.

Dicembre


Il pane fatto in casa

Era un rito che si svolgeva quasi tutte le settimane. La sera stabilita, se non si possedeva il forno in casa, si avvisava il fornaio per prenotarsi a una delle "cotte" del giorno dopo. Si preparava la "spumulatora", il setaccio (in albanese: shosh) per la farina, ci si accertava di avere in casa il lievito (in albanese: brumë) conservato dalla volta precedente o, in caso contrario, lo si chiedeva a qualche vicina. Poco prima dell'alba o molto prima, a seconda della "cotta" a cui ci si era prenotati, passava il fornaio per avvisare che era ora di impastare; bussava e gridava: «brù!». Allora tutte le donne della famiglia, qualche volta anche gli uomini, preparavano l'impasto: lo lavoravano a forza di braccia per renderlo omogeneo e per farlo lievitare uniformemente. Si suddivideva l'impasto in panetti, su cui si incideva un segno di riconoscimento, spesso una croce; si disponevano questi ultimi sul "tavoliere" e si coprivano con tovaglie e coperte. Il fornaio passava a ritirare il tavoliere e andava via portando il tutto in equilibrio sulla testa. Intanto il grande forno, nel quale veniva cotto il pane di tutto il vicinato, era stato acceso utilizzando rigorosamente la "stroma", rami frondosi secchi di ulivo. Il fornaio, prima di infornare il pane, saggiava la temperatura del forno con dei pezzi di impasto strappati ai panetti, le "pucce", che metteva vicino alla "vampa", fiamma viva. A fine cottura il fornaio riconsegnava tutto a domicilio, spargendo un delizioso profumo di pane fresco per le strade del paese.



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